Emanuele Aldrovandi, trentasei anni, autore in grande ascesa sull’onda di un talento non comune per storie, situazioni e personaggi fuori asse, torna in scena al Teatro Elfo Puccini con Farfalle, una quasi favola di formazione per due sorelle: una bionda e una mora, la vita le ha messe alla prova, le ha allontanate fino a contrapporle, ma dall'infanzia emerge un gioco segreto. Una scrittura sorprendentemente femminile, che coltiva il mistero e l’allusione poetica, concreta ma con qualcosa di magico.

Sara Chiappori, La Repubblica Milano, 2021

 

È indubbio che Aldrovandi sia fra i drammaturghi e sceneggiatori italiani di maggior talento fra quelli della nuova generazione, ma occorre dire che a queste abilità di scrittura non sono inferiori quelle come decisore del processo scenico (e filmico). Anzi. Talvolta, come nel caso di Farfalle, testo che ha ricevuto il Premio Hystrio nel 2015 e il Mario Fratti Award nel 2016, la regia pare aggiungere un’ulteriore determinazione all’intenzione poetica, riuscendo a qualificare scelte precise, sensate, di ritmo e di indirizzo. Una possibile psico-fantasia acida e a tratti crudele. Che è poi il gusto di questo lavoro.

Renzo Francabandera, PAC Magazine, 2021


Emanuele Aldrovandi si conferma come un ottimo drammaturgo in grado, come un esperto giocoliere, di tenere costantemente in aria alternate comicità e drammaticità, di scoprire il grottesco, il comico, nell’apparente tragedia, di far vivere alla platea la risata kafkiana di quando lo scrittore di Praga leggeva ad alta voce i suoi lavori di narrativa.

Danilo Caravà, Milano Teatri, 2021

 

La sala è gremita, il pubblico è attento e si concede anche qualche risata sguaiata, un po’ eccessiva forse ma coerente con una messinscena oscillante sul crinale del dramma grottesco. All’oggettiva semplicità e trasparenza della scrittura – nella quale si rintraccia un gusto pirandelliano per le relazioni – si contrappone lo straniamento della regia. Aldrovandi sa benissimo cosa illuminare della sua scrittura e cosa lasciare in ombra, tanto nei costumi che nell’uso delle luci, nei movimenti e nella scelta delle due attrici. A colpire in Farfalle non è tanto la complessità straordinaria dei personaggi, inseriti in una tradizione piuttosto riconoscibile sia teatrale che cinematografica, quanto la loro direzione e la scelta nell’allestimento. Le due attrici sembrano quasi uscire da uno dei quadri del realismo magico, non smetteresti di ascoltarle.

Lucia Medri, Teatro e Critica, 2021

 

All’interno di una cornice del tutto surreale, in cui scorre sempre un senso di sottile malessere, Farfalle si fa amare soprattutto perché riesce a far entrare il pubblico, in modo semplice e profondo, nelle caratteristiche così diverse delle due donne, nelle loro scelte, nelle loro disillusioni, come fossero proprie.

Mario Bianchi, Krapp’s Last Post, 2021

 

Farfalle sembra quindi essere il modo in cui Aldrovandi ci dice che accettare di non capire le scelte delle persone che amiamo e, nonostante questo, rispettarle senza imporci è la più difficile delle sfide. Accettare che ciò che per noi è prioritario, inviolabile e urgente risulti inverosimile e un po’ assurdo agli occhi di chi ci ama.

Federica Scaglione, Birdman Magazine, 2021

 

Scritto e diretto da Emanuele Aldrovandi, una delle giovani penne teatrali fra le più innovative e brillanti del panorama italiano, Farfalle racconta di due sorelle unite da una sorta di gioco di ruolo scandito da una collana a forma di farfalla che, indossata a turno, permette di comandare su quanto accadrà, orientando così il destino. Un’idea semplice e geniale, sufficiente per sviluppare il racconto di una serie di accadimenti che accompagnano le sorti delle due sorelle. Un duetto ricco di sfaccettature per una dimensione intima che è anche un’ironica e spietata indagine su una femminilità talvolta crudele. Quello di Aldrovandi è un testo maturo, sorprendente e carico di verità in cui il rapporto consanguineo può trasformare la sorellanza in una simbiosi di scomode realtà. Insomma, ne valeva la pena.

Giorgio Thoeni, Azione – Settimanale del Ticino, 2021

 

Paradossale e claustrofobico, con dialoghi taglienti e serrati, la cui efficacia è rafforzata dall’ottima interpretazione degli attori, Bataclan si pone come un'opera di valore dal respiro internazionale e mira, con originalità e senza filtri, a destabilizzare lo spettatore, spingendolo a riflettere sui grandi temi dell'integrazione, del fondamentalismo e del razzismo.

Motivazione del Premio RAI Cinema alla Festa del Cinema di Roma, 2020

 

Bataclan è stato scritto e diretto da Emanuele Aldrovandi, drammaturgo e regista di Reggio Emilia, classe 1985, un nome noto nel mondo del nuovo teatro italiano per i suoi testi e le sue traduzioni, ora al suo terzo cortometraggio. In Bataclan ci porta nella stanza di una stazione di polizia dove una ragazza visibilmente agitata, vuole confessare l’attentato che il fratello si appresta a fare l’indomani. Il realismo della situazione fa pensare che la poliziotta con cui si confronta faccia partire subito l’allarme, invece si entra in un cortocircuito di ruoli, argomentazioni e domande che, allontanandosi dalla tragicità dell’accaduto, inducono a riflettere su di noi, sulle responsabilità della società occidentale. «Viviamo in un periodo storico che tende a semplificare tutto: “Questo è buono”, “questo è cattivo”, “questo va bene”, “questo invece è una cosa orribile”», spiega Aldrovandi, «quello che mi interessa non è fare un film in cui dico “il terrorismo è una cosa orribile”, ma fare un film in cui mi chiedo cosa pensa il terrorista. Quali sono le sue spinte, quali sono le ragioni che lo muovono e quali sono le cose brutte che vede in noi, per le quali vuole distruggerci?». Bataclan procede dunque su un terreno apparentemente paradossale intrecciando la condanna per l’attentato, con pensieri sulla libertà e su cosa sia nelle nostre società, specie per chi viene da altri paesi e culture: pensieri utili a tenere la riflessione e la coscienza viva, non certo un tentativo di giustificare la strage. Dice Aldrovandi: «Mi piace scrivere di temi, che siano politici, sociali o anche solo interpersonali, sui quali io stesso mi faccio delle domande a cui faccio fatica a rispondere».

Anna Bandettini, La Repubblica, 2020

 

La donna più grassa del mondo è un susseguirsi di situazioni comiche, sarcastiche, con qualche velata strizzata d’occhio al sadomaso; il tutto per trattare in metafora la crisi ambientale in cui si svilisce la terra, la nostra “casa” ormai segnata e prostrata da innumerevoli crepe e piaghe create dall’avidità dell’uomo.  Dialoghi brillanti, freschi e spediti sottendono tutta questa pièce grottesca e rivelano con immediatezza, pur rimanendo costantemente nella metafora, le complesse negative interconnessioni tra avidità, egoismi personali, dittature dell’estetica e della libertà ad ogni presso su cui si basa quasi esclusivamente la società attuale.

Adelio Rigamonti, Sonda, 2020

 

Gli autori intelligenti – e Aldrovandi ha già dato diverse prove di esserlo – si riconoscono anche dall’abilità e dall’assenza di banalità nel fare uso del simbolico. Così, il senso dell’immagine de La donna più grassa del mondo si svela in un finale proiettato in un futuro lontanissimo, mentre una specie molto più evoluta si confronta coi reperti di un’era, la nostra, i cui abitanti si sono gettati consapevolmente in un suicidio di massa, pur essendo pienamente consapevoli del rischio corso.

Chiara Palumbo, Cultweek, 2020

 

Emanuele Aldrovandi ha dato vita con Isabel Green a un testo dal sapore universale che, decontestualizzato, potrebbe esprimere il malessere di un’intera società. L’imperativo della perfezione estetica ingabbia l’essere umano in uno stereotipo da raggiungere in nome del quale deve sottoporsi a sacrifici e investire energie immani che lo depauperano interiormente. Un’impeccabile immagine sociale, il successo ad ogni costo anestetizzano gli affetti, rendendo incapaci di amare anche il proprio figlio, come accade per Isabel. La solitudine diventa la protagonista assoluta della propria vita che genera nevrosi, ossessioni, malesseri.

Mena Zarrelli, La Platea, 2020

 

«Faccio lo stesso lavoro di Shakespeare, ma sono meno famoso e più vivo». Emanuele Aldrovandi ha 33 anni, di mestiere fa l’autore teatrale ed è nato a Reggio Emilia. Non è semplice fare emergere il talento di un giovane autore teatrale in Italia, perché è un sistema che predilige la messinscena dei classici. «Non è facile, in un mondo in cui tutti vogliono essere artisti e sono disposti a farlo gratis in cambio di “visibilità”, riuscire a trasformare la propria passione in un lavoro”, spiega Aldrovandi. Tutti scogli che possono essere superati, col caro sudore della fronte, così come ci racconta il giovane autore, che oltre ad avere vinto i più importanti premi di settore (Premio Riccione “Pier Vittorio Tondelli”, Premio Hystrio, Premio Pirandello) e aver lavorato con i principali teatri italiani, negli ultimi anni sta vedendo i suoi testi tradotti in numerose lingue e messi in scena all’estero. Negli scorsi giorni il suo testo Farfalle, vincitore del premio Mario Fratti, è stato messo in scena a New York.

Olga Mascolo, Il Corriere della sera, 2019

 

Aldrovandi crea il modellino di una stanza che noi conosciamo bene, ma nella quale siamo abituati a entrare sempre dalla porta principale. Lui non cambia niente di questa stanza, ma ce la mostra da una finestra che non c’è, o dal soffitto, o da un angolo del pavimento e quindi quello che c’è all’interno è reale, ma il nostro modo di guardarlo è diverso, perché ci fa adottare un nuovo punto di vista.

Giovanna Montermini, Linea Editoriale, 2019

 

Per il suo teatro sono state utilizzate le definizioni di teatro distopico e teatro di anticipazione, perché le situazioni messe in scena, pur rifacendosi a una realtà molto presente, vanno oltre, immaginando possibili punti di vista, ponendo lo spettatore di fronte a quei quesiti esistenziali che, nella vita quotidiana, si preferisce spesso evitare. Si tratta quindi forse di teatro politico nella sua accezione più contemporanea che fa del teatro non il luogo dell’impegno di parte, ma della ricerca di nuove prospettive sulla società e sul pensiero.

Antonella Capra, Linea Editoriale, 2019

 

È una scrittura onesta quella di Aldrovandi, efficace, reale, che racconta la vita per quello che è, senza compromessi. In Farfalle ratteggia i due personaggi femminili in modo convincente, concreto, complesso, senza inutili sbavature e realizza nella scrittura un susseguirsi di cause ed effetti per niente banali, con risvolti anche dark, le cui ombre lasciano il pubblico positivamente turbato, sorpreso a riflettere, senza che se lo aspetti.

Marco Graffeo, La Voce di New York, 2019

 

Ci sono almeno tre ragioni per non perdere Il generale, in scena al Teatro di Rifredi. La prima è il suo autore: regista, sceneggiatore e scrittore emiliano classe 1985, Aldrovandi è uno dei drammaturghi italiani più tradotti e rappresentati nel mondo, capace di affrontare temi attualissimi attraverso vie laterali, inducendo il pubblico ad andare oltre la retorica corrente. In questo caso porta in scena uno spettacolo corrosivo e divertente sulla sete di potere e sulla megalomania umana, una riflessione acuta e spassosa, in bilico fra il grottesco e il tragicomico, su pace, civiltà e giustizia.

Elisabetta Berti, La Repubblica Firenze, 2019

 

Il testo di Emanuele Aldrovandi è ricco di sfumature e riflessioni e, al tempo stesso leggero, divertente e profondo. Più se ne ragiona attorno e più sorgono, nascono, spuntano nuove idee, nuovi slanci, nuove frontiere da argomentare e sviscerare. Insomma, La donna più grassa del mondo, appena finisce lo spettacolo è proprio allora che, nello spettatore, continua il suo lavoro (e lavorio) sotterraneo dialettico alla ricerca delle parabole, delle metafore, del non detto, del nascosto nelle pieghe di una risata, nel colore di un frammento, nell'intenzione di una battuta (a proposito i dialoghi sono pungenti, incisivi e brillanti). Quello che dovrebbe sempre fare il teatro, non chiudere ma aprire, non terminare con il buio o con il sipario ma ampliare possibilità e lanciare la mente su terreni da sperimentare. Il cuore oltre l'ostacolo.

Tommaso Chimenti, Recensito, 2018

 

Nessuna pietà per l’arbitro ci pone di fronte, in modo intelligentemente ironico e immediato, alle difficili scelte che la vita ci pone, soprattutto quelle tra morale e convenienza, facendoci nel contempo riflettere in modo proficuo.

Mario Bianchi, Hystrio, 2018

 

Il testo del giovane drammaturgo Emanuele Aldrovandi non incontra impuntature giocando con abilità variazioni cromatiche del linguaggio per offrire il complesso continuo tentativo da parte di Isabel di zittire la propria depressione, la propria solitudine, una battaglia vera e propria in un ego guastato da tempo, lavoro e stanchezza fin quando appunto l’argine si è rotto e il filtro si è fuso con ciò che era da filtrare. Nella speranza che Isabel Green venga riproposto presto dopo il tutto esaurito per ogni replica all’Elfo, suggerisco di non perdere lo spettacolo alla prima occasione utile.

Adelio Rigamonti, Il Teatro a Milano, 2018

 

Emanuele Aldrovandi, classe 1985, da Reggio Emilia, continua a giocare al ribasso, si schermisce e – sinceramente – si diverte all’idea che i suoi lavori approdino sui palcoscenici di mezza Europa senza troppe difficoltà. Nonostante l’aria serena del bravo ragazzo, Aldrovandi scrive vicende emblematiche, sottilmente politiche, decisamente attente alle dinamiche umane e sociali. Senza mai perdere di vista la realtà, infatti, tesse trame dal respiro filosofico, addirittura epico. Per fare qualche esempio, in Allarmi! Racconta di un gruppo di terroristi di destra alle prese con l’omicidio del presidente dell’Unione Europea, organizzato allo scopo di scatenare una rivoluzione reazionaria. Con Homicide House inventa invece un gioco aguzzo di violenza psicologica e nell’acclamato Scusate se non siamo morti in mare si immagina una situazione paradossale, in un futuro vicinissimo, in cui i cittadini europei sono costretti a emigrare illegalmente in cerca di lavoro in paesi più ricchi. Le sue opere sono dunque squarci sul mondo, che danno un senso alto, civile e pur sempre poetico alla scrittura per il teatro.

Andrea Porcheddu, Fabrique du Cinema, 2017

 

Bisognerebbe coniare un nuovo termine per definire la scrittura di Aldrovandi, il suo è un teatro che sembra rifarsi alle situazioni di Beckett e di Ionesco, e descrive maschere che ricordano certi testi di Canetti, ma i personaggi di Emanuele – le loro nevrosi, le loro cattiverie – sono così riconoscibili e reali che mi verrebbe voglia di parlare di una drammaturgia del paradosso ragionevole, una realtà talmente paradossale da essere assolutamente plausibile.

Carmelo Rifici, prefazione ad Allarmi!, Cue Press, 2016

 

Allarmi! prende le mosse dalla complessa situazione internazionale contemporanea ed è una “messa in guardia” carica di dissacrante ironia, spesso spinta fino a esasperati toni parodistici attraverso l’inserimento di intermezzi di stampo brechtiano. Le disquisizioni di carattere socio-filosofico e l'abile uso della dialettica socratica ribaltano continuamente le prospettive: ci viene mostrato come un mitomane aspiri sempre a realizzarsi in un eroe rivoluzionario, ma che spesso la seconda condizione non esclude la prima. A decidere non può che essere il pubblico.

Marzio Badalì, Gazzetta di Modena, 2016

 

Allarmi! è una giostra dove a ballare e scuotersi è la mente, prima ancora del corpo.

Andrea Alfieri, Krapp’s Last Post, 2016

 

A trent’anni ha già vinto tutti i premi possibili. È quel che si suol dire un giovane da tenere d’occhio Emanuele Aldrovandi, che col nuovo Scusate se non siamo morti in mare, finalista allo Scenario e al Tondelli, dimostra che la vena brillante e paradossale già esibita nei lavori precedenti non è solo talento disinvolto, ma sguardo nuovo e inquietante sulla realtà. Il giovane drammaturgo emiliano ci aveva già abituati a trovate spiazzanti ed estreme: in Homicide House la coppia era messa alla prova in un meccanismo splatter di tortura e morte. Qui, di fronte a un tema caldo come quello dei migranti, il paradosso si fa più sottile. In una sorta di fantascienza distopica, Aldrovandi capovolge (o supera?) la cronaca immaginando che a fuggire siano tre cittadini di un’Europa ormai alla rovina. La pièce intreccia le relazioni tra i personaggi con dialoghi spigliati da sit-com, veloci e molto anglosassoni, in una trama che sprofonda verso il baratro – la tempesta, il naufragio – sul filo si uno humor nero acido che sfocia in visioni apocalittiche e sovrannaturali – la balena vendicatrice, simbolo biblico e letterari potente – in vertiginosa osmosi tra realismo e mito.

Simona Spaventa, La Repubblica Milano, 2016

 

Per raccontare, descrivere e considerare Scusate se non siamo morti in mare bisogna necessariamente partire dal testo drammaturgico. Bisogna farlo perché, per questo come per altre drammaturgie firmate da Emanuele Aldrovandi, il testo è ben più di un semplice punto di partenza; è drammaturgia in cui si dipana un filo narrativo che è strumento funzionale all’articolazione di un ragionamento complesso, strutturato, che si compone e si costruisce attraverso studiati meccanismi (uno su tutti: il ribaltamento, che sia di senso o di prospettiva). Tra indagine antropologica e riflessione sociologica, Scusate se non siamo morti in mare porta avanti, dall’inizio alla fine e con linearità – sotto le spoglie di una storia giocata in punta di paradosso – un sottile ragionamento sulle dinamiche di una società alla deriva, che naufraga scontrandosi con le sue contraddizioni, così come naufraga il container su cui viaggiano i tre personaggi che hanno deciso per differenti ragioni di intraprendere un nebuloso viaggio della speranza. Lo spettacolo conferma quanto di buono già sapevamo sulle qualità di scrittura di Emanuele Aldrovandi – potremmo definirla una sorta di “drammaturgia argomentativa” – raccontando con l’originalità dell’invenzione teatrale la concreta profondità dei meccanismi che sottendono all’agire umano.

Michele Di Donato, Il Pickwick, 2016

 

Sono spesso così – svelti, acuti, caustici – i dialoghi scritti da Emanuele Aldrovandi. Annoverato, a buon diritto, tra le più interessanti giovani penne del nostro panorama teatrale. Scusate se non siamo morti in mare contiene tutti i pregi e le caratteristiche a cui il drammaturgo ci ha abituato: una struttura snella e ben congeniata, una partitura dialogica brillante e personaggi che sono innanzitutto funzioni del racconto. Quest’ultima prova, però, contiene in nuce il tentativo di uno scarto. Se nei precedenti testi la prospettiva rimaneva per lo più individuale e domestica, qui il panorama si allarga fino a includere una delle nostre più dolenti piaghe politiche. Idea meritevole, non solo perché ci ricorda che il teatro può (o deve) rappresentare luogo di riflessione e dibattito sulle zone d’ombra del contemporaneo, ma anche perché ci dimostra che per farlo non è necessario ricorrere a forme teatrali assertive e già fin troppo rodate.

Maddalena Giovannelli, Stratagemmi, 2016

 

Scusate se non siamo morti in mare è una parabola del fenomeno che sta sconvolgendo il Vecchio Continente, un modo provocatorio e intrigante per rispondere a una domanda che nessuno vorrebbe mai farsi: cosa succederebbe se, da un momento all’altro, fossimo noi i migranti? La storia è raccontata con un realismo che sconfina nel grottesco e nell’assurdo, con un linguaggio nuovo, rivolto soprattutto ai giovani, con dialoghi imbastiti usando il filo dell’humor, in uno stile anglosassone che prevede battute veloci e taglienti. Sembra una serie tv, ma è teatro allo stato puro.

Fulvio Fulvi, Avvenire, 2016

 

Davvero avvincente e ben congeniata la vicenda immaginata e messa nero su bianco dal giovane autore Emanuele Aldrovandi in Homicide House. La godibilissima messa in scena si è sviluppata in un crescendo molto apprezzato dal pubblico in sala, che si è lasciato catturare dalla narrazione, in un alternarsi e sovrapporsi di situazioni drammatiche e tragicomiche, fino ad un sorprendente finale, che non manca di lasciare sul piatto non poche occasioni per riflettere.

Fabio Borghetti, La provincia di Cantù, 2016

 

Certo, in Aldrovandi c’è l’abilità nell’intrecciare il dialogo, quel gusto per la rapidità della battuta e il senso dello humor, segni distintivi di quella drammaturgia anglosassone che continua a influenzare il nostro modo di guardare, leggere e scrivere teatro – e non solo attraverso il teatro, ma oggi anche e soprattutto attraverso le serie televisive, per esempio. Eppure, differentemente dagli autori anglosassoni, ad Aldrovandi non basta più andare a scovare nell’esistenza quotidiana il conflitto più accattivante, quello che permette di far funzionare una macchina drammaturgica ben oliata che porta la storia a uno scioglimento imprevisto, eppure soddisfacente per lo spettatore. Ho l’impressione che nella scrittura di Aldrovandi, affinché la macchina drammaturgica renda al meglio, la situazione debba essere portata all’estremo delle sue possibilità. Deve fare un passo – ma solo un piccolo passo – oltre le circostanze dettate dalla convenzione estetica che intendiamo come realismo, e toccare – ma solo toccare – il grottesco. Il conflitto che sta al centro dell’opera resta ben ancorato alla realtà, ma la situazione che il conflitto genera stacca spesso i piedi da terra. Questo non deve far pensare che si tratti di una drammaturgia statica, di idee e tesi. Aldrovandi dimostra sempre un gran senso della teatralità nei suoi testi e sa bene che il teatro, per quanto seriamente si possa fare e guardare, è sempre un gioco che mai può essere negato del tutto. Il suo umorismo è già una presa di distanza, è il salto tra ciò che vediamo sulla scena e ciò che vedremmo se fossimo davvero in quella situazione. Per questo la comicità di Aldrovandi è così acida, amara, difficile da digerire. A far ridere è la nostra incapacità di dire e fare ciò che realmente pensiamo, e che – dal punto di vista della responsabilità etica – dovremmo dire e fare. In questo modo il “normalmente non detto” emerge in tutta la sua violenza. Aldrovandi non si serve dei luoghi comuni, ma li sfida. Li rielabora e li rende “luoghi fuori dal comune”.

Davide Carnevali, prefazione a Scusate se non siamo morti in mare, 2015

 

Il Premio Hystrio Scritture di Scena viene attribuito a Farfalle di Emanuele Aldrovandi, affascinante e originale partitura drammaturgica per due personaggi femminili, sapientemente tratteggiati con gusto contemporaneo, dove complicità e distruzione reciproca si mantengono in sottile equilibrio. Ciclicamente alle prese con l’incombere di una figura paterna di grottesca ed emblematica inaffidabilità, le due protagoniste attraversano le loro vite perpetuando il proprio rapporto esclusivo attraverso un gioco infantile crudele che però, nella sua coerenza, fa da barriera all’assurdità che le circonda. Un testo capace di mantenere alta l’attenzione, ma anche di emozionare con barlumi di poesia grazie a un realismo magico che lo trasforma in una curiosa favola nera intrisa di ambigua bontà. 

Motivazione Premio Hystrio 2015

 

Oggi Emanuele Aldrovandi da Reggio Emilia ha trent’anni, una laurea in filosofia, un diploma alla Paolo Grassi ma soprattutto rappresenta una brillante anomalia in un paese dove la drammaturgia contemporanea arranca in salita, indipendente spesso più per necessità che per vocazione in clima da riserva indiana. In arrivo da stasera ai Filodrammatici Homicide House, un thriller filosofico che parla d'amore e di violenza con finale quasi splatter in contrappunto alla pulizia precisa dei dialoghi, avvincenti, incalzanti, persino divertenti, pur essendo ad alta densità concettuale. Perché ad Aldrovandi interessa farsi capire, non mettere alla prova il pubblico con gli enigmi indecifrabili di molta della nostra drammaturgia contemporanea, comunque condannata alla retroguardia in un paese tradizionalmente diviso tra teatro di regia e ricerca. Almeno finora. «Il cosiddetto teatro postdrammatico, il postmoderno che cita sé stesso, ha segnato un momento importante ma rischia di uccidere il teatro, allontanando un pubblico che si sente escluso da riferimenti comprensibili solo a pochissimi. Per un po' è sembrato che raccontare storie fosse passato di moda, in questi ultimi anni mi pare sia tornata ad essere un'esigenza per tutti, per chi scrive e per chi va a teatro». Quanto a lui, gli piace raccontare «storie facili da capire e complesse da interpretare».

Sara Chiappori, La Repubblica Milano, 2015

 

«Homicide House è un meccanismo di sevizie psicologiche che ferisce e uccide con il ragionamento piuttosto che con le sole armi di tortura. Un’idea originale alla base della scrittura e un linguaggio disinvolto e agile fanno del testo un riuscito e promettente esperimento». Così recita la motivazione del Premio Riccione-Tondelli, assegnato nel 2013 al testo di Emanuele Aldrovandi, trentenne emiliano formatosi alla Scuola Paolo Grassi, uno dei nomi da tenere d’occhio della nuova drammaturgia italiana.

Claudia Cannella, Corriere della Sera, 2015

 

A prima vista si tratta indubbiamente di una favola nera, di un thriller serrato, capace di tenere costantemente desta l’attenzione dello spettatore nell’attesa di conoscere la sorte di un uomo innamorato di una donna, venduto – anzi, regalato – da uno strozzino a un’assassina con ogni evidenza psicopatica, perché faccia di lui ciò che vuole, per appagare le proprie pulsioni omicide. Aldrovandi tuttavia scrive un testo che è molto altro rispetto a un intrigo efficace velato di un’ironia più sottile di quanto non appaia a un primo livello di fruizione. Homicide House – vincitore del 10° Premio Tondelli – è una riflessione sulla verità. Attraverso dialoghi molto accurati – che rivelano un grande amore del loro autore per la parola scritta riuscendo a non diventare autocompiacimento – i protagonisti scivolano agilmente in disquisizioni spiccatamente filosofiche, interrogandosi su cosa sia la verità, su quando si può dirsi veramente liberi.

Chiara Palumbo, Art a part, 2015

 

Homicide House è un testo introspettivo, dal piglio ironico, una favola macabra senza lieto fine, che lascia aperti interrogativi inquietanti, come la ricerca di autenticità e sincerità, un coraggioso tentativo di scrittura verticale, in un tempo di contraddizioni sociali, economiche e morali molto forti, dove si combattono quattro anime: amore, opportunismo, logica razionale, etica commerciale. Eccentrico noir, si profila come un ring bianco dove la parola uccide e si carica di significati, «E in cui – aggiunge l’autore Aldrovandi – la società contemporanea non viene criticata tout court: quel che viene raccontato è il crollo dei punti di riferimento. Il finale però non è nichilista, ma aperto alla domanda su cosa sia davvero importante».

Sabina Leonetti, Avvenire, 2014

 

Il Premio Pier Vittorio Tondelli viene attribuito a Emanuele Aldrovandi per Homicide House con la seguente motivazione: Sinistra e infantile parabola sugli incerti confini tra il vero e il falso, testo introspettivo dal piglio ironico-favolistico (favole macabre senza lieto fine, per intendersi), Homicide House è un coraggioso tentativo di scrittura drammaturgica ‘verticale’, in grado di farsi carico di una matrice teoretica/concettuale che mette in atto una ‘morbida’ elusione del tragico. Se il dilemma attorno a cui ruota il dipanarsi della storia appartiene di diritto alla normalità prosaica (in sintesi, si può mentire a fin di bene o, al limite, nel nome del male minore?), i personaggi dimostrano di essere istanze filosofiche, portatori di una determinata poetica del pensiero, prim’ancora che entità finzionali: non è un caso se Uomo, che nasconde alla donna amata il vizio di indebitarsi per il puro piacere di farlo, dovrà condurre i suoi equivoci commerci con loschi figuri quali Camicia a pois e Tacchi a spillo, riuscendo a salvare la pelle senza alcuno sforzo pratico ma con un puntuale esercizio della parola. La Casa degli omicidi è un meccanismo di sevizie psicologiche che ferisce e uccide con il ragionamento piuttosto che con le sole armi di tortura. Un’idea originale alla base della scrittura e un linguaggio disinvolto e agile nell’alternare isolati e funzionali monologhi a fulminanti e accesi dialoghi fanno del testo un riuscito e promettente esperimento.

Motivazione Premio Riccione/Tondelli 2013

 

Segnalazione speciale per la nuova drammaturgia a Il generale di Emanuele Aldrovandi, per la capacità di affrontare in chiave grottesca e ironica il tema sempre attuale della guerra, presente in varie zone del globo, evidenziandone follie e assurdità; per la dinamicità dell’azione e la realizzazione di dialoghi ben condotti attraverso un linguaggio scarno ed efficace.

Motivazione Premio Fersen 2013

 

Il Premio nazionale Luigi Pirandello viene assegnato a Emanuele Aldrovandi, per Felicità, atto unico costruito con abilità drammaturgica e fondata su un linguaggio sciolto, quotidiano, molto colloquiale. Ingegnoso l’intreccio che si conclude in modo inatteso. Una prova teatrale di grande maturità.

Motivazione Premio Pirandello 2012